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DIVERSAMENTE ABILE: A CHI?
Sono una persona cieca dalla nascita, nata nel 1967. In questi miei quarant'anni di vita ho avuto occasione di sentir qualificare la mia condizione nei modi pił disparati.



Da bambino, mi giungevano all'orecchio espressioni come: «Non ci vede, è cieco, frequenta l'Istituto dei Ciechi, è iscritto all'Unione Ciechi ecc.». Così ebbi modo di imparare che io e le persone come me eravamo ciechi. Ok, nulla da eccepire su questo. In seguito , credo verso la metà degli anni 70, ho cominciato, soprattutto da qualche impiegato d'ufficio, a sentir pronunciare la locuzione «non vedente». Non mi piaceva molto: mi sembrava troppo burocratica, troppo simile a espressioni come nullatenente e simili, che sembrano svuotare del suo contenuto di esperienza vissuta la condizione in cui ti trovi, avendo come unico scopo quello di catalogarti e renderti subito riconoscibile a una pubblica e impersonale autorità. Mi si è spiegato che «cieco» era un'espressione troppo forte, che sbatteva in faccia all'altro la mia condizione quasi come se fosse una bistecca e che «non vedente» mitigava un po' il concetto, rendendolo pił digeribile. Pur se con difficoltà, mi adattai. Un bel giorno mi capitò fra le mani un libro: innanzitutto mi commossi nel leggerne l'autore, perché in esso riconobbi nientemeno che il direttore dell'Istituto che avevo frequentato negli anni d'infanzia.



Poi di questo libro mi colpì il titolo: «I minorati della vista». E fu subito rivelazione, anzi folgorazione! Se «cieco» era un termine troppo diretto e «non vedente» aveva un forte e sgradevole sapore di schedario, «minorato della vista» era proprio il compromesso che ci voleva: non rischiava di urtare la sensibilità degli interlocutori e nello stesso tempo indicava in modo chiaro quale fosse la condizione di cui trattavasi, comprendendo in sé, fra l'altro, la possibilità che la persona di cui si parlava non fosse cieca assoluta ma avesse, appunto, problemi di vista (fra parentesi, Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti era proprio necessario? Non sarebbe stato altrettanto significativo e meno prolisso Unione Italiana Minorati Visivi?). Dunque, mi ero convinto di poter dormire sonni tranquilli grazie al mio antico Preside, ma ahimè mi sbagliavo. Infatti, verso la metà degli anni Ottanta arrivò dai Paesi anglosassoni il termine «disabled», che noi traducemmo magnificamente con «disabile». Scoprii così di non essere un cieco, un non vedente e meno che mai un minorato della vista, ma un disabile, ossia una persona mal-abile, o non-abile, quindi impossibilitata a fare alcunché. Fortunatamente non mi si lasciò il tempo di arrabbiarmi, perché si pensò subito a correzioni e specificazioni del concetto quali «persona con disabilità», che metteva in risalto appunto l'essere persona, portatrice di caratteristiche fra le quali la disabilità è solo una delle tante. E idea ancor migliore fu la dicitura «disabile visivo», che appunto limitava il concetto di mal-abilità o in-abilità alla specifica funzione visiva. Ancora una volta dissi a me stesso che, tutto sommato, le cose potevano andar bene anche così.



Ma l'ultima invenzione che qualche superdotato d'intelligenza ha sfornato davvero non riesco a digerirla e anzi, tutte le volte che mi capita di imbattermi in essa, la mia ira e il mio disgusto diventano incontenibili. Mai avrei pensato di sentirmi definire «diversamente abile» o «diversabile»! E ripeto, di tutte quelle che ho sentito fin qui, questa è la peggiore, la pił inaccettabile! Innanzitutto perché alle mie orecchie suona come una presa in giro: ricalca l'antica concezione provvidenzialistica, in base alla quale la Natura, o Dio, ti toglie una capacità ma te ne dona altre, magari sublimi e misteriose, per compensarti di quella che ti manca. Ma è nell'esperienza di tutti noi il fatto che le presunte «diverse abilità» che noi abbiamo non sono un punto di partenza, ma di arrivo: infatti i risultati, spesso brillanti, che conseguiamo nella scuola, nel lavoro e nella vita quotidiana sono frutto di esercizio, sudore, sofferenze, studio attento di noi stessi e dell'ambiente che ci circonda. Con fatica impariamo a utilizzare il tatto, l'udito e le altre capacità compensative della vista; non è certo un processo automatico e ancor meno innato.



E poi chi insiste sul nostro essere «diversamente abili» mette in ombra il fatto che comunque una minorazione c'è, che le sue limitazioni sono pesanti e che per poterle, solo in parte, superare c'è bisogno della sensibilità e dell'aiuto della collettività, la quale va costantemente stimolata affinché rimuova gli ostacoli, rendendo, ad esempio, percorribili le strade, accessibili per tutti le informazioni e le pubblicazioni utili, intervenendo economicamente per sopperire ai maggiori costi che il vivere da disabili comporta ecc. Ma se si dice che uno non è disabile ma è diversamente-abile, allora si afferma, implicitamente, che il limite in realtà non c'è, che la persona grazie alle sue abilità diverse può tranquillamente cavarsela da sola e che un problema di cui debba farsi carico la collettività, semplicemente, non esiste. Ecco dunque perché la dicitura «diversamente abile» proprio non posso accettarla e spero che, alla luce delle mie considerazioni, anche altri comprendano la gravità dei significati in essa impliciti. Ho cercato di dare a questo mio scritto un tono un po' ironico e svagato, ma la cosa a mio avviso è molto seria e grave, per cui spero che chi fra noi ha a cuore la corretta gestione dei nostri problemi da parte dell'ambiente circostante, faccia attenzione alla terminologia che viene usata per parlare di noi.

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