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QUEL DI PIU' CHE VEDE UN CIECO
«Per un cieco, attraversare la strada non è facile se il semaforo non
emette segnali sonori, per un sordo rispondere alla chiamata in un
ambulatorio medico diventa un'impresa, per un anziano salire su un mezzo
di trasporto non è semplice, e nemmeno per un giovane studente
dislessico è agevole studiare sui libri di testo. Sono tante le
barriere, non solo fisiche, che si potrebbero eliminare. Le più
resistenti, subdole, sono quelle culturali: se ne sente spesso parlare
ma ci si convince che siano sempre in carico ad altri, meno illuminanti
e disponibili di noi». Sono parole tratte dall'ultimo libro di Mauro
Marcantoni nel quale affronta, con un taglio originale, il tema della
disabilità (in particolare di quella sua, autobiografica, della cecità)
vista con una prospettiva nuova. Il volume, uscito in questi giorni per
i tipi dell' editrice Erickson di Trento, s'intitola «Vivere al buio»
(14 euro) e lungi dall'essere una biografia costruita sulle diffico ltà
esistenziali di un cieco, si offre come riflessione sul rapporto tra
«normalità» e «disabilità» e l'ipocrisia che spesso sottende queste due
dimensioni del vivere umano: «Nessuna condizione di normalità - scrive
l'autore - può essere adottata come riferimento universale perché non è
l'unica e ancor meno immutabile nel tempo».
Marcantoni è sociologo e giornalista, promotore culturale, autore di una
variegata produzione pubblicistica e, soprattutto, «uomo delle
istituzioni» che lo ha visto collaborare con enti provinciali, a partire
dalla Trento School of Management, di cui è direttore generale dal 2007.
Biografia d'eccellenza la sua, vissuta «al buio», senza l'aiuto «del più
prezioso dei cinque sensi», la vista, e proprio per questo emblematica
di un'emancipazione possibile.

Il volume è dedicato ai ciechi, ovvero a quel «popolo silenzioso, poco
appariscente, fortemente impegnato nel superare i propri limiti
attraverso un tenace esercizio degli altri sensi, l'udito e il tatto in
particolare, ma soprattutto attraverso la capacità di rimodellare il
proprio modo di essere e di pensare». Ma il lavoro è soprattutto pensato
per quelle persone vedenti interessate a migliorare la loro concezione
della normalità.
«La proposta di Marcantoni - scrive il presidente nazionale Unione
italiana ciechi Tommaso Daniele, nella nota introduttiva - è una sorta
di "cassetta degli attrezzi" utile per individuare, analizzare e
tradurre in un linguaggio comprensibile quello che i vedenti devono
capire dei ciechi, se vogliono relazionarsi creativamente e
costruttivamente con loro. Ma anche quello che i ciechi devono capire
dei vedenti per costruire una relazione reciprocamente soddisfacente e
soprattutto capace di dare un proprio fattivo e originale contributo al
senso della vita, e non solo di quella personale». L'obiettivo
dell'autore è chiaro e complesso: superare qualche pregiudizio e
proporre al lettore «un abbiccì», un sussidio di base per relazionarsi
alla pari con un cieco. Per costruire con lui una «relazione vera»,
senza «le ansie e le paure che a volte possono assalire chi si rapporta
alla disabilità e senza creare disagi o danni a chi non vede»;
soprattutto, che non porti a confinare q uella disabilità in «una
"particolarità" tale da rendere inutile e fittizio quel rapporto umano
che per sua natura deve essere reciproco». Scrive l'autore rivolgendosi
direttamente al lettore: «Non voglio descrivere gli stati d'animo, i
pensieri o le paure di un cieco. Voglio, invece, raccontare a te che ci
vedi cosa puoi fare, come puoi risparmiarti l'imbarazzo di non sapere
come comportarti quando mi incontri o incontri uno che come me non vede.
Voglio spiegarti come fare a non metterti in difficoltà ed essere invece
all'altezza della situazione, provare a darti indicazioni per costruire
una vera relazione tra esseri umani che si scambiano, alla pari,
informazioni, emozioni, esperienze. Voglio tentare di rendere esplicite
le buone regole di un rapporto che non può, per non nascere zoppo,
basarsi sull'idea che uno di noi può solo ricevere». Il libro, allora,
si configura come una «specie di galateo» perché per «incontrare,
parlare, lavorare, educare, vivere con un cieco , e per farlo con buona
soddisfazione reciproca, è necessario sapere cosa significa non vedere,
ma soprattutto è bene comprendere come comportarsi concretamente». Ma
l'occasione è foriera all'autore per strutturare una riflessione più
ampia sul tempo che stiamo attraversando, caratterizzato da uno
strapotere dell'immagine, dentro il quale «i ciechi sono costretti ad
imparare a vivere con quello che gli rimane, senza la vista, il senso
che disegna e riproduce il mondo al servizio dell'uomo». Lo stesso,
spiega l'autore, che oggi è il più bersagliato dalla
spettacolarizzazione della nostra società, come se un senso sensibile
come la vista avesse bisogno solo di emozioni forti, di immagini che
enfatizzano la realtà al punto da renderla virtuale, artificiale e,
sempre più spesso, incomprensibile. La cecità, allora, come occasione di
riflessione: «La dittatura dell'immagine - annota ancora l'autore - si
può combattere anche grazie ai suggerimenti forniti da chi vive nella su
a assenza. I ciechi, dunque, come testimoni della possibilità - e
dell'opportunità - di ripensare il mondo in cui viviamo».
Nelle 120 pagine del libro, Marcantoni va oltre, proponendo quattro
messaggi validi, se letti in filigrana, sia per i ciechi sia per i
vedenti. Il primo è quello di «ripartire dal linguaggio» con lo scopo di
imparare a considerare un cieco semplicemente come tale, senza
inappropriati sensi di pena, ma sforzandosi di considerarlo come una
persona che vive in modo originale quella grande ricchezza che sta
attorno alle immagini; il secondo è quello di «passare per l'ascolto»
con lo scopo di stabilire una relazione con l'Altro; il terzo è quello
di «riconoscere le proprie potenzialità», senza autocensure e senza
inibire le proprie caratteristiche e capacità ancor prima della prova
dei fatti; infine, Marcantoni propone di «accettare la varietà» per
«scoprire le frontiere inesplorate della nostra vita quotidiana».

Quattro messaggi sorprendenti che aiutano a cogliere ciò che - citando
il «Piccolo Principe» di Antoine de Saint-Exupéry - è invisibile agli
occhi». Un approccio alle cose, o per meglio dire un modo di essere,
«necessario per ripartire senza il giogo del limite, sensoriale, fisico
o sociale poco importa, sapendo che successi e insuccessi dipendono dai
meriti o demeriti del giocatore e non dagli svantaggi in un terreno
truccato. Sapendo che l'obiettivo non è costruire un sistema percettivo
e cognitivo incentrato sul limite, ma esattamente l'inverso».

di Alessandro Franceschini

l'Adigetto.it del 28-01-2014

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