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"CONSIDERAZIONI IN UN PIOVOSO POMERIGGIO".
La vita è meravigliosa e dovrebbe diventarlo anche per le persone non più giovani, particolarmente per quelle persone anziane costrette purtroppo a dover vivere nelle strutture destinate ad ospitarle ma ho constatato che non è sempre così.
E' un pomeriggio intenso e, dato che mi sento un po' stanca, decido di distendermi per qualche momento e di ascoltare una delle riviste associative dell'unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti.
La mia scelta finisce in direzione del giornale "SENIOR di marzo 2014".
Tra le diverse rubriche collocate nella rivista, ce n'è una denominata "Posta e risposta", in cui le persone possono inoltrare messaggi attraverso una segreteria telefonica.
Tra i vari comunicati, tre hanno particolarmente centrato la mia attenzione.
Una persona, chiedeva al Direttore della rivista di intervistare un esperto che potesse descrivere il comportamento dei genitori dopo la nascita inaspettata di un loro figlio cieco.
Essendo una mamma cieca di un ragazzo fortunatamente vedente, essendo stata ed essendo tuttora una figlia, potrei personalmente affrontare l'intervista poiché i miei genitori mi hanno perfettamente descritto passo passo quello che provarono dopo il mio arrivo, tutte le loro difficoltà nell'affrontare i medici e in particolare il mondo e, soprattutto, la gioia che provano oggi ad avermi accanto.
L'esperto in tutto questo ben venga, però credo che le esperienze personali possano rendere una risposta maggiore a tale richiesta.
L'altra comunicazione viene da un uomo che dichiara di essere diventato cieco all'età di cinquantacinque anni, oggi ne ha circa ottanta ed afferma di non abituarsi ancora del tutto alla disabilità visiva e all'autonomia personale dopo la sopravvenuta cecità.
E' chiaro che non ci si abitua mai ad una disabilità, con il tempo ci si rassegna, pian piano la si accetta, però lentamente si arriva a conviverci serenamente.
Con la chiusura degli istituti, dove io sono stata e mi sono ben trovata soprattutto per il raggiungimento dell'autonomia personale, abbiamo purtroppo subito una grande perdita, poiché nell'istituto, convivendo fra non vedenti, eravamo costretti ad aiutarci l'un l'altro insegnando ed automaticamente imparando tutto vicendevolmente.
Ho verificato infatti, che molti soggetti che non hanno studiato in istituto e che sono da noi stessi ritenuti mostruosamente intelligenti, sono esperti nel loro campo culturale e lavorativo, però disgraziatamente, non riescono ad essere altrettanto competenti e maturi nella vita.
E' un'immensa tristezza dover prendere atto che alcuni cinquantenni seppur non vedenti, nonostante l'età dipendano totalmente e addirittura mentalmente dalle loro famiglie, le quali molto spesso considerano il disabile una loro risorsa economica ma, è ancor più triste, dover assodare che molti tra questi individui, abbiano tuttora bisogno della mamma che la sera prepari loro i vestiti che dovranno indossare il mattino dopo per andare al lavoro.
Personalmente penso che sia giusto guadagnarsi il dieci e lode a scuola poiché si viene dotati di un indiscusso prestigio, però credo che il dieci e lode lo si dovrebbe acquisire principalmente nella vita.
In collegio, nonostante vivevamo lontani dai nostri cari, contrariamente, ci insegnavano l'autonomia personale e imparavamo ad affrontare la vita poiché ci preparavano a scegliere ma soprattutto ci istruivano alla libertà e non ad essere totalmente dipendenti dalle famiglie una volta usciti di lì.
Così, sarebbe opportuno oggi, a coloro che diventano ciechi da adulti essere assistiti per sei mesi o un anno in appositi centri specializzati dove queste persone possano ricevere insegnamenti sia per l'accettazione della loro minorazione sia per il raggiungimento di una buona autonomia personale.
Il terzo messaggio ha particolarmente attirato la mia attenzione.
Una signora costretta a vivere in una struttura per non vedenti anziani, esponeva tutto lo squallore di quel luogo, dichiarando con infinita malinconia la totale angoscia di soggiornarci poiché dimostrava un'inesauribile solitudine.
La mia mente a questo punto, ha lasciato spazio a miriadi di domande.
Se qualcuno tra noi ogni tanto potesse andare nella casa di riposo a trascorrere un pomeriggio o un weekend insieme alle persone anziane non vedenti, queste potrebbero sentirsi meglio, potrebbero trovare un po' di conforto, potrebbero accettare in miglior modo il vivere in un posto che chiaramente non è la loro casa ma, principalmente, potrebbero sicuramente sentirsi meno sole.
A mio avviso, l'unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti, dovrebbe delegare alcune persone competenti ma soprattutto munite di tanta buona volontà e di tanta voglia di dedicarsi agli altri, in modo che ogni tanto, magari a turno, le persone scelte potranno andare a trovare e a trasmettere un sorriso agli anziani della nostra unione costretti a vivere in un posto certamente diverso dalla loro abitazione, specialmente se trattasi di strutture per anziani gestite direttamente o indirettamente dall'unione.
Ben vengano tutte le nostre riviste associative poiché ad alcune di queste sono personalmente abbonata, penso tra l'altro che queste ci trasmettano un organismo culturale ed informativo, collaboro inoltre scrivendo e raccontando su di esse le mie esperienze di vita e non solo, però sono assolutamente convinta che il più delle volte le persone abbiano bisogno di calore umano che le riviste, seppur ben strutturate, non possano trasmettere.
Siamo tutti appesi ad un filo.
L'importante è mantenere l'equilibrio cercando di fare di oggi il meglio.
Una lacrima può farci cadere, un sorriso può farci volare.

Patrizia Onori.

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