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KELLER, UNA LEZIONE SEMPRE ATTUALE
La casa editrice E/O propone una nuova traduzione della "Storia della mia vita" di Helen Keller, con il titolo poetico e seduttivo di “Il silenzio delle conchiglie”. La storia della mia vita era il titolo conservato dalle Paoline all’ultima delle varie edizioni che questo libro ha avuto nel corso di un secolo, diventando giustamente famoso. A scriverlo era stata a soli 23 anni una giovane diventata in tenera età sorda e cieca per una infezione (forse poliomielite). Di famiglia borghese, ebbe la fortuna di essere assistita da un’istruttrice specializzata, Ann Sullivan, che ostinatamente la fece uscire dal suo isolamento quasi animale insegnandole dapprima il linguaggio dei segni e infine a parlare, a comunicare con il mondo. Di questa acquisizione Helen fece un uso formidabile, diventando un personaggio pubblico di grande fascino e coerenza, e occupandosi non solo di chi, come lei, soffriva di handicap, ma anche aderendo alle lotte contro l’ingiustizia sociale così forte nel suo tempo (e nel nostro). Era nata nel 1880, morirà nel 1968.
Dagli anni della sua educazione a opera della Sullivan, il commediografo William Gibson trasse un lavoro teatrale da cui uno dei maggiori registi del cinema americano, Arthur Penn, trasse un film stupendo e che non ci si stanca di rivedere: Anna dei miracoli. Nelle mani di Penn la storia di Ann e Helen diventò emblematica di qualcosa di più che il recupero alla vita di un’infelice, diventò la narrazione ed esaltazione di come la vita può avere il sopravvento su qualsiasi disgrazia. È questo che ci affascinò del film e che ci commuove del libro, questa persuasione/ ostinazione, questa sfida all’affermazione del bene di cui, in tanti modi diversi, la storia e il presente continuano a darci esempi convincenti, talora esaltanti. Il silenzio delle conchiglie è dunque un libro multi-uso, che non riguarda solo educatori e operatori sociali. Non è la solita storia della persona che nonostante le avversità “ce la fa”, che “se la cava”, che “diventa qualcuno”, una di quelle storie che un tempo chiamavano “americanate”. È una storia di sempre, che riguarda anzitutto chi nasce e cresce nella non-comunicazione col mondo che lo circonda, chi ha esperienza forte e diretta dell’ostilità nei suoi confronti della natura o della società. Ed è una storia che conferma nella necessità di adulti responsabili e preparati, che cerchino e trovino la strada per comunicare coi più giovani e per aiutarli a comunicare. A sperare, a lottare.
Tratto da “Avvenire” del 24-10-2014

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