Benvenuti nel sito dell'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti Sez. Prov.le di Frosinone "ONLUS"
 home
    cerca
    mappa
 
Oggi:
L'associazione
Organigramma
Dove siamo
La nostra Storia
Comitati
Scopi e finalità
Servizi
Accompagnamento
Consulenza Scolastica
Libri
Legislazione
Assistenza pensionistica e fiscale
Anziani
Lavoro
Enti Collegati
U.Ni.Vo.C.
I.Ri.Fo.R.
A.S.D.
Stamperia Braille
Prevenzione Cecità
Siti Consigliati
Tiflologia
Ausili
Comunicati
Avvisi
Iscriviti alla Mailing List
Servizio Civile
Progetti
I nostro Volontari
Immagini
Mostra Tiflotecnica
Momenti belli
Versioni Precedenti
UIC vers. 1.0
UIC vers. 2.0
UIC vers. 3.0
Sito web della Regione Lazio
Seguici su Facebook
Area Riservata
Entra
SCOMPARSO LO SCRITTORE E POETA GIUSEPPE BONAVIRI

Pubblichiamo sul nostro sito alcuni articoli usciti sulla stampa locale inerenti la scomparsa dello scrittore e poeta Giuseppe Bonaviri. A nome dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, giunga ai familiari il nostro cordoglio.



Il Presidente


Claudio Cola


È morto lo scrittore Giuseppe Bonaviri


E’ morto lo scrittore-poeta Giuseppe Bonaviri, socio della Sezione Provinciale U.I.C.I. di Frosinone da poco più di un anno. Si è spento il giorno 21 marzo alle ore 23. Al suo fianco fino all’ultimo istante la sua famiglia: la moglie Lina, la figlia Giuseppina, il figlio Emanuele, il genero Michelangelo e i suoi adorati nipoti Maria Raffaella, Leopoldo, Gianluigi e Giuseppe Niccolò. Ed è proprio con Niccolò che, chi scrive, ricorda la sua ultima chiacchierata-intervista con uno dei grandi autori del Novecento Letterario italiano.


L’occasione fu la presentazione dei due racconti dal genere horror-fantascientifico, scritti dallo stesso Niccolò. Lui, nonno orgoglioso, mi presentò con grande entusiasmo il libretto del suo adorato nipote dandomi appuntamento alla prossima uscita del suo ultimo scritto.


Fu una giornata indimenticabile, quella, come del resto sono stati tutti gli incontri, che custodisco gelosamente nel mio cassetto dei ricordi, con il maestro, nell’anno in cui mi accingevo a scrivere la tesi di laurea sulla sua vita di scrittore. Momenti di grande ricchezza culturale.


Giuseppe Bonaviri avrebbe compiuto ottantacinque anni a luglio. Era nato a Mineo (Catania) l’undici luglio 1924, da Giuseppina Casaccio e da Settimo Emanuele, don Nanè “Il sarto della stradalunga”. Ha seguito il corso dei suoi studi a Catania, dove si è laureato in Medicina, nel 1949 e successivamente specializzato in Cardiochirurgia, nel giugno del 1955. Il suo esordio letterario inizia ufficialmente con il romanzo Il sarto della stradalunga, scritto a Mineo e portato a termine a Casalmonferrato, che viene pubblicato nel 1954 da Einaudi, nella prestigiosa Collana dei “Gettoni” curata da Elio Vittorini. Il sarto della stradalunga segna l’inizio di una vasta produzione letteraria che lo distingue per l’originale forma di stile e di lingua, in prosa ed in versi.


Scrittore noto ed affermato in Italia ed all’estero, tradotto in molte lingue, Bonaviri ha avuto altri riconoscimenti e numerosi premi. Candidato al Premio Nobel fin dal 1984, è entrato in diversi anni nella cinquina finale. Nel 2003 gli è stato assegnato il Vittorini ed il Super Vittorini per “Il vicolo blu”, pubblicato da Sellerio. Gli è stata conferita la Laurea in Lettere “Honoris causa” dall’Università di Cassino (14-01-1988) e dall’Università di Catania (25-10-1999). L’Amministrazione Comunale, nel 1998 ha istituito la Fondazione “Giuseppe Bonaviri” con le seguenti finalità: ”…creare una valida struttura che possa essere organo propulsore per la valorizzazione e la divulgazione dell’opera bonaviriana ed anche per tramandare ai posteri il tradizionale legame di Bonaviri alla sua città natale che, attraverso il ricorrente impiego ambientale e toponomastico, nel lungo periodo letterario che va da “Il sarto della stradalunga” a “L’incredibile storia di un cranio”(ultima opera) è stata la protagonista e l’epicentro della geografia spirituale di Bonaviri”.


Alessandra Celani


Il suo legame con la figlia Giuseppina


Giuseppe Bonaviri con sua figlia Giuseppina,nota psichiatra, ha scritto un volume di fiabe in una cornice fuori dal tempo. Il libro”E il verde ramo oscillò”, dedicato alla fiabaterapia, è diviso in sei giornate, ambientato interamente in una realtà sociale vera, che ha a che fare con la chiusura dei manicomi e con la dura realtà degli schizofrenici, alle prese con le loro fantasie e turbinosi strane.


è un libro questo- afferma Bonaviri- che mi avvicina molto a mia figlia, che lo ha scritto quasi interamente e con la quale ho condiviso una bellissima esperienza. È stata lei ad avere l’idea di scrivere questo volume di fiabe. Giuseppina lavora ogni giorno con i malati di mente usando l’arteterapia che è un nuovo approccio riabilitativo, ancora poco conosciuto, con la quale è riuscita, attraverso il disegno e la musica a far raccontare ai suoi pazienti delle fiabe. Le ha raccolte, rielaborate perché a volte si ha a che fare con persone con scarsa cultura ed invece in altri momenti con persone istruite, come nel caso di una fiaba scritta da una paziente laureata in pedagogia, e poi le ha riportate su carta. Io ho messo solo qualcosa come il nome della città e del fiume, che in questo libro riferendomi al Sacco ho chiamato Fiumelatte, che sta a significare il colore bianco del Sacco che inizialmente si pensava fosse inquinato invece è stato attestato che non sono altro che gli spermatozoi dei pesci. Il libro è appunto la storia di una giovane psichiatra che con la chiusura dei manicomi decide con i suoi collaboratori di dare inizio alla cura dei malati di mente facendo ricorso alla fiabaterapia. In un giardinetto antistante la sede della struttura sanitaria psichiatrica, i pazienti raccontano le fiabe che nascono da profondi e laceranti memorie”.


L’idea di questo libro è arrivata per caso o perché è nel mio codice genetico. –afferma Giuseppina-


Nasce insieme a mio padre e sempre insieme raccontiamo delle fiabe, che io attraverso l’areteterapia ho fatto narrare ai miei pazienti. Anche il malato schizofrenico catatonico, più complicato, può raccontare, se stimolato con l’arteterapia una fiaba e questo libro non è altro che una prima dimostrazione. Io definisco questo volume a tre mani, io , Guiseppina, la follia e mio padre. La follia ovviamente è il filo conduttore. Sarebbe bello immaginarlo come una rappresentazione teatrale, un cortometraggio. I miei pazienti lo hanno visto ma, sono cosi superiori che non hanno avuto emozioni particolari, per loro è stato importante essere i protagonisti, i narratori delle fiabe”.


Alessandra Celani


La biografia.


Più volte candidato al Premio Nobel


Giuseppe Bonaviri, cardiologo scrittore, è uno dei nomi più rappresentativi della letteratura contemporanea. Nato a Mineo nel 1924, a 12 anni lascia il suo Paese arroccato e ventoso per vivere come studente a Catania fra guerra, miseria e pensioncine squallide, in stanzette fredde dove dormivano in cinque studenti. È qui, che in questi anni difficili, che Bonaviri compie i suoi studi al Ginnasio-Liceo Cutelli e quelli di Medicina fino alla laurea conseguita il 24 novembre 1949, con una tesi col maestro Luigi Condorelli sull’Ipertensione venosa femorale nella fase pre-ascitica della cirrosi epatica. Nel 1957 si trasferisce in Ciociaria, dimorando per circa un anno a Sora dove si è anche sposato e dal 1958 vive a Frosinone, dove fino a qualche anno fa ha svolto la professione di cardiologo. Questi due aspetti della sua vita, l’origine siciliana ed il “mestiere” di medico, che lo hanno condotto spesso a curare i suoi pazienti per la campagna laziale ed a svolgere le sue ricerche scientifiche, non possono essere assolutamente trascurati se si vuole fornire un esatto ritratto di questo scrittore così fantasioso e ricco di prospettive, che ha trovato giusto sfogo nella narrativa in una sorta di ricerca appassionata di tutto quanto nella nostra vita si identifica e si riconosce nella poesia, nel tocco, nella forza di penetrazione dell’immagine. Bonaviri inizia a scrivere fin da bambino. Al padre deve la sua vocazione poetica (il padre-sarto-poeta, di cui egli ha raccontato i componenti in ”L’Arcano” 1975), alla madre invece deve la sua grande vocazione narrativa (la madre-fabulatrice, di cui ha trascritto i racconti nelle “Novelle Saracene” 1980). I recensori hanno creato vari Bonaviri, lo scrittore autobiografico, quello neorealista (il suo esordio nel 1954, con il libro ”Il sarto della stradalunga” risale al periodo neorealista), simbolico, favolista, mitologo, fantastico…, ma non sempre però hanno colto le vere componenti delle sue opere. Si può comunque affermare che Giuseppe Bonaviri, con la sua pagina nitida, discreta, non è poeta e scrittore da ascrivere ad una “scuola”. Ma questa affermazione non vuole assolutamente dire che lo scrittore sia ai margini della migliore letteratura di oggi in Italia. Al contrario Bonaviri, costituisce un severo e pericoloso confronto per tanta letteratura che oltre l’etichetta e la maniera appare a corto di vere risorse. Lo dimostrano infatti le sue prime opere che pur ponendosi come quelle di altri scrittori della sua generazione, quali Cassola, Calvino, Sciascia, nella corrente del neorealismo, si distinguono per motivi del tutto originali. Bonaviri mira infatti ad un’ interpretazione reale ed insieme fantastica della natura e dell’ essere in cui sono compresi anche gli affetti domestici: il padre, la madre, il paese Mineo, i vivi e i morti e l’infinito cosmo, l’espressione di una realtà sfuggente, terrestre e celeste insieme. Una realtà che aspira a comprendere tutto, il visibile e l’ invisibile, il filo d’erba e gli astri, in cui anche l’uomo con il suo respiro e la sua storia di vita o di morte, d’intelligenza e corporalità partecipa. Lo scrittore per raggiungere i suoi obiettivi, si serve di un linguaggio e di una religione individuale costituita da una parte di una visione mitica del microcosmo di Mineo, e dall’altra di un bagaglio di conoscenze scientifiche proprie della cultura contemporanea. Mineo, e suo paese natale, dove gli avvenimenti sono destinati ad incidere nel farsi della storia, diventa la terra mitica da cui partono tutte le anabasi dello scrittore, le ricerche e le interrogazioni sull’uomo, sul suo essere, sul suo destino. La favola che sembra essere alla base di ogni suo romanzo si allarga fino a raggiungere dimensioni cosmiche. Se poi sono anche ragazzi a parlare, le loro parole sembrano possedere scansioni inusitate, ricavate da sacche profonde della storia dell’uomo e improvvisamente riscoperte e riproposte nella loro urgenza di riapparire alla luce. Già dal suo libro esordio,”Il sarto della stradalunga” 1954, pubblicato nella celebre collezione dei ”Gettoni” diretta da Elio Vittorini, la sua tecnica appare ben definita, e così nelle sue opere successive. In esse convivono il mondo contadino e favolistico che lo aveva nutrito nella prima parte della sua infanzia, e i racconti degli anziani, le gare poetiche di Mineo da una parte, dall’altra invece una lingua che prestava al giovane lettore delle possibilità che fino ad allora non erano state esplorate. La poetica dell’autore quindi, nasce dal poeta filosofo, analfabeta, artigiano contadino, erede di tradizioni delle passate generazioni, e dal “poeta sapienziale” per il quale indovinelli, proverbi e racconti, possiedono una poetica facile da memorizzare e tramandare. Osservando tuttavia con doveroso distacco il cammino di Giuseppe Bonaviri, è possibile individuare, tre momenti o tappe della sua espressione. La prima pur mostrandosi in un contesto prettamente neorealista, come “il sarto della stradalunga” (1954), ne “L’ enorme tempo”(1976) e ne” La contrada degli ulivi”, è espressione che poggia su due fondamenta stabili: quotidianità e cronaca. Qui i due temi coesistono ed il racconto pur arricchendosi di pietà e di ironia, rispetta ancora i contorni delle cose, restituendo ad esse gli antichi sapori, colori, odori di albe e tramonti, riposti nel mito dell’infanzia perduta. Mineo, Camuti, la casa dello zio Michele alla Nunziata, la Fadda, il convento dei Cappuccini, sono insieme tenero ricordo e poesia. Esista poi un secondo momento, che pur restando legato ancora a quello realistico, predomina la volontà dello scrittore di un distacco definitivo per giungere nella più ardita fantasia. I romanzi che più rappresentano questo cambiamento sono “Notti sull’altura” (1971), “Martedina” (1976) e “Dolcissimo” (1978). E’ da sottolineare che ora il contesto significante è spostato verso il bizzarro e delicato intreccio delle infinite e multicolori esperienze di chi sà ascoltare l’inesauribile natura e ad essa affida il tumulto del proprio spirito tutte e tre i romanzi sono indirizzati verso una ricerca e scoperta che si allarga nell’oscurità dell’esistenza come la vita e la morte. Alle numerose domande poste in merito a questo tema, fanno riscontro una miriade di incantesimi sacrali ed estetici che di volta in volta assorbono e pacificano, l’ansia di cui è carica la “ricerca”. Zebulonia, Alquama, Mariosinus, zio Michele e Padre Onorio, il viaggio spaziale, il tanato uccello, l’inchiesta, le cisterne rotte e tutto il resto non sono altro che il tormentoso incubo di Ariete, o meglio di Giuseppe Bonaviri che soffrendo da uomo, traduce in preziosi filoni di poesia e di arte l’inquietante e dolorosa domanda sui misteri della vita e della morte. Vi è infine un terzo momento della narrativa di Bonaviri da sottolineare data la sua importanza. È bene dire subito che esso rimane ancora nella sua fase fluida, poiché “Novelle saracene” (1980), costituiscono una nuova pagina. Ciò che è certo che il clima e la vocazione alla favola è incoercibile in tutta l’opera bonaviriana e, oltre le novelle, che l’autore con grande semplicità innesta nell’humus culturale della madre e di Mineo, se ne può trovare un precedente nel libro “La divina foresta”, che risale a qualche anno prima, 1969. Ma perché Bonaviri sceglie la favola? È veramente un fattore genetico? Ciò che è certo è che con Giuseppe Bonaviri nasce un nuovo modo di rapportare la realtà con la fantasia, la favola con la storia, al solo scopo di dimenticare o almeno alleviare la realtà. Un bisogno che è anche un invito a comprendere, ma soprattutto a trovare un pezzo di favola nella nostra quotidianità, per aprirsi a spazi sempre più sconfinati per penetrare nell’animo delle cose, in una nuova possibilità di comprensione e di conoscenza, come risulta nell’incantato ed umano libro “Il fiume di pietra”, del 1964 e ristampato nel 1976. Così Mineo piccolo paese della Sicilia, diventa il centro del cosmo; punto di riferimento costante della narrativa bonaviriana. Come proiezione di sé, della realtà e della vita e della quotidianità del vivere tipica del piccolo mondo paesano. Un capitolo tutto da scrivere è il suo rapporto con la Ciociaria, una terra dove ha sofferto una grande solitudine, ma dove ha scritto tutti i suoi libri tranne il primo.


Alessandra Celani


Le testimonianze


Desidero esprimere il mio profondo cordoglio e partecipare sentitamente al dolore dei familiari per la scomparsa di Giuseppe Bonaviri, un autore straordinario, siciliano di nascita ma che Frosinone è fiera ed orgogliosa di aver adottato ed accolto”. Ha dichiarato il neo assessore regionale Francesco Scalia dopo aver fatto visita alla famiglia Bonaviri. “Un grande uomo di cultura, vanto ed orgoglio anche della nostra terra, al quale la Provincia di Frosinone aveva voluto conferire “Il Leone rampante”, il premio riservato ai ciociari che si sono distinti nei diversi campi. Uno tra i più grandi protagonisti del panorama letterario moderno, la cui opera, costituita da una vasta produzione poetica e narrativa, coniuga le tradizioni mediterranee con la storia contemporanea dell’uomo e con l’ansia della ricerca scientifica dell’ultimo scorcio di secolo, trasfigurata simbolicamente.


I suoi racconti, l’afflato poetico che caratterizza la sua opera, hanno iscritto a caratteri indelebili il nome di Giuseppe Bonaviri nelle pagine della storia della letteratura mondiale. Egli ha saputo attirare l’attenzione internazionale di critica e pubblico ottenendo prestigiosi riconoscimenti in tutto il mondo: una vita umana e artistica intensa ed esemplare nella quale spicca il profondo amore per la scrittura intesa come chiave per interpretare e decriptare la realtà, un amore in crescendo che non si è mai spento grazie alla sua caparbietà ed ad un desiderio costante di conoscenza e di sperimentazione. Oggi circondato dall’affetto dei suoi cari, dei suoi amici e di quanti lo hanno amato, letto, tradotto, apprezzato in tutto il mondo, di tutti noi ciociari, Bonaviri ci ha lasciato. Da oggi siamo tutti un po’ più soli, ma la sua arte, i suoi personaggi, le sue intuizioni, che hanno saputo così bene colpire l’immaginazione e l’animo di noi lettori e che fanno annoverare le sue opere tra i classici della letteratura, rimarranno per sempre a tenerci compagnia e a ricordarci le doti umane, poetiche e letterarie di un grande, grandissimo autore”.


Con la voce rotta dal dolore per la perdita di un grande amico, il Presidente della Fondazione Mastroianni, Massimo Struffi ricorda l’uomo e il letterato.


Un’amicizia reale, di venti anni. Insieme a Bonaviri abbiamo messo in piedi un progetto unico al mondo di propaganda della poesia “Il libro di pietra di Arpino”. L’iniziativa che si celebra in concomitanza con il Certamen ci ha permesso di portare ad Arpino grandi poeti internazionali che dopo aver visitato la città ci hanno lasciato una loro poesia in lingua originale incisa su una roccia con traduzione in italiano. In questo modo abbiamo creato un percorso poetico che ha superato i confini del mondo e che Bonaviri amava chiamare i luoghi del pensiero. Ad Arpino, grazie al mio amico scrittore sono arrivati anche i tre accademici di Svezia, il Presidente del Premio Nobel Kjell Espmark. Per questa edizione aveva contattato il poeta giapponese Mutuo Takahashi.


Bonaviri ha amato molto la Ciociaria omaggiandola con l’ode “I mille rigagnoli” musicata dal maestro Ennio Morricone e presentata in occasione dell’inaugurazione della nuova sede del Conservatorio di musica “Licinio Refice” di Frosinone.


Piango un grande letterato ma soprattutto un grande Amico”.


La scomparsa di Giuseppe Bonaviri rappresenta una grave perdita per l’intera cultura italiana ed in particolare per questa nostra terra di ciociaria che per più di mezzo secolo (dal 1952) si è onorata della sua prestigiosa presenza”. Il ricordo del prof. Filippo Materiale, Presidente della Provincia di Frosinone.


Sebbene nato a Mineo (1924), in provincia di Catania da cui ha tratto il dono delle sue straordinarie facoltà creative, Bonaviri ha trovato nel paesaggio e nella gente ciociara una sintonia ed un calore che indubbiamente egli ha saputo riversare nelle sue opere con leggerezza ed originalità; con quelle qualità cioè, che caratterizzano da sempre la sua scrittura letteraria e che hanno garantito l’assoluta rilevanza della sua figura nel panorama della letteratura mondiale. Va infatti ricordato che la statura letteraria di Giuseppe Bonaviri si è ben presto estesa oltre i confini nazionali, sino a meritare più volte la candidatura al Premio Nobel.


Dal lontano esordio de “Il sarto della stradalunga” (1954) edito nella famosa collana dei Gettoni diretta da Elio Vittorini, e lungo un fecondo percorso di cui ricordiamo almeno i romanzi “La divina foresta”, “Notti sull’altura”, “Dolcissimo”, e le raccolte poetiche “Il dire celeste”, “O corpo sospiroso” e “L’incominciamento”, l’opera di Bonaviri ha attraversato da protagonista la letteratura italiana di oltre mezzo secolo, segnandola con una impronta indelebile che lascia un profondo rimpianto in tutti noi. Ma la sua “Ciociaria gentile” che oggi lo piange, insieme alla sua famiglia, saprà ricordarlo nel tempo con l’affetto e la gratitudine che merita.


Una perdita veramente grave per la Provincia di Frosinone.


Acerba sane recordatio”.


Alessandra Celani

Torna all'Elenco delle Notizie
Ritorna all'Home Page
Torna su

UICI - Frosinone 
via M.T. Cicerone n°120  tel. 0775 270 781  fax 0775 270 536
Sito web realizzato con la collaborazione dell'Associazione Guidiamoci