- Dispensa n°1:
"Elementi Basilari per l'orientamento ambientale dei non vedenti"
Cari amici,
Vi parlo in forma diretta per sentirmi più vicino a voi. Userò
parole semplici e frasi brevi per comunicarvi le informazioni essenziali
sul tema dell’accoglienza e dell’orientamento.
Prima di tutto avrei il piacere di vederVi cambiati nei comportamenti che
troppo spesso assumono certe persone nei confronti dei non vedenti.
Molte persone credono che chi non vede sia anche sordo(infatti parlano strillando);credono
che chi non vede non sappia distinguere i rumori,i suoni, gli odori, le
distanze e le grandezze delle cose (alcuni racchiudono la loro perplessità
in una domanda del tipo “come faccio a dirglielo?”)
Se ci troviamo davanti ad una persona che non vede o presenta gravi carenze
visive,allora possiamo trovare le risposte alle nostre perplessità
seguendo queste indicazioni:
PRIMA INDICAZIONE:L’ACCOGLIENZA
Se per accoglienza intendiamo tutti quei gesti fisici
e vocali che ci mettono in comunicazione con la persona che non vede,allora
ci dobbiamo ricordare che queste persone sono capaci di leggere il tono
della voce di chi si rivolge loro.
Dal tono intuiscono lo stato interiore di chi sta parlando,così capiscono
se sei arrabbiato, sereno, preoccupato o infastidito, disponibile o indisponibile.
Qualsiasi tono di voce è un massaggio che trasmettiamo e la persona
che non vede lo interpreta e lo associa alla situazione di quel momento.
Il tono di voce può dare un’idea più o meno gradevole della
persona che il non vedente sta incontrando sia che essa si trovi a scuola,
a casa o da amici.
Proviamo ad immaginare cosa potrebbe pensare un non vedente di una persona
che strillando o impostando la voce in modo indispettito aiuta a scendere
i bambini dal pulmino, accompagna per le prime volte una bambina al bagno
o a tavola…
Oppure cosa penserebbe un adulto o un anziano nel sentirsi rivolgere la
parola in modo brusco o scortese?
Chi vede gira lo sguardo alla ricerca di una persona alternativa e più
rassicurante.
Chi non vede potrebbe vivere questo incontro come una difficoltà
che si aggiunge a quelle derivanti dal doversi ambientare in un nuovo spazio
(scuola, casa di altri, uffici ecc.)
Incontrare una persona serena e disponibile non credo ci dispiaccia anzi,
essa è già una porta aperta che ci aiuta ad entrare tranquillamente
all’interno di una nuova situazione della nostra esistenza quotidiana o
sporadica ed occasionale.
Dopo la voce la persona che non vede prende in considerazione il modo in
cui le persone entrano in contatto con il suo corpo.
La stretta di mano o il braccio offerto per accompagnare trasmettono anche
loro dei messaggi.
Una mano sudata trasmette un’informazione poco igienica,trasmette un disagio
emotivo o fisico. Peggio ancora se a tutto questo aggiungiamo una stretta
di mano scivolosa e sfuggente, un braccio rigido e poco flessibile.
Questo tipo di approccio rende difficile la vita di chi non vede accanto
ad una persona che mostra segnali di tensione nervosa e muscolare.
Il non vedente sa già di chiedere aiuto in ragione della sua condizione
e quando si accorge che la persona che lo affianca sta anch’essa in difficoltà,
automaticamente l’insicurezza di chi non vede aumenta.
Sentirsi afferrati per le spalle ed essere guidati come manubri di bicicletta
non credo faccia piacere a nessuno;figuriamoci quanta insicurezza trasmettiamo
ad una persona se ci proponiamo in modo così rigido ed energico.
Chi non vede ha bisogno non solo delle informazione che raccolgono gli occhi
altrui ma di ricevere informazioni anche dagli spostamenti del corpo di
chi lo accompagna. Ponendo attenzione sul passo o su un’andatura di una
persona, il non vedente si trova in condizione di poter interpretare il
posizionamento e la sistemazione di un pavimento, di una scalinata, di un
marciapiede, di un viale o di un prato, comprendendo se essi siano in luoghi
chiusi o aperti, se sono pianeggianti o pendenti, se sono omogenei o dissestati.
Un braccio dal tono rilassato consente a chi non vede di conservare un rapporto
meno teso e preoccupato nei confronti della persona che gli sta accanto.
Non dobbiamo dimenticarci che ogni parte del nostro corpo trasmette delle
informazioni sulla complessità fisica di una persona. Le dita sottili
non le ha certo un muratore o un contadino. La mano ruvida non è
di un barbiere o di un medico. L’avambraccio muscoloso e robusto non appartiene
ad una gentil fanciulla d’animo cortese le cui mani ad ogni opera son protese.
L’ossatura esile o robusta, la spalla alta o possente, segnalano comunque
i tratti fisici essenziali di una persona e non richiedono la necessità
di farsi “esplorare” necessariamente da chi non vede soltanto perché
“non vede”.
Non commettiamo nulla di male se aiutiamo un bimbo o una bimba a rendersi
conto della nostra altezza o del nostro abbigliamento proponendogli di fare
attenzione sulla provenienza della nostra voce, sulla lunghezza dei nostri
capelli, sull’ampiezza del nostro torace o delle nostre spalle, nel fargli
confrontare le nostre mani con le sue, nel cogliere la differenza dei nostri
monili e nel riscontrare diversità o analogie tra i tessuti.
Mi raccomando però, non scambiamo la conoscenza con “l’indecenza
“ che nasce da presunti diritti “fraintesi”.
L’accoglienza ha bisogno anche della conservazione e della tutela della
dignità di ognuno che non deve mai essere stravolta dalla presenza
di una difficoltà sensoriale.
Una volta che il rapporto tra persona non vedente ed altre persone si è
instaurato sul piano della cordialità abbiamo già superato
l’ostacolo maggiore che il non vedente incontrava sul piano dell’interazione
umana.
Da questo momento è necessario passare alla seconda fase dell’accoglienza
SECONDA INDICAZIONE: L’ORIENTAMENTO
Orientarsi vuol dire saper individuare i punti,
le parti, i luoghi e gli oggetti che costituiscono una situazione ambientale
specifica (camera, cucina, servizi igienici, corridoi aule, palestra, viale,
giardino ed altro).
Io voglio proporvi un piccolo possibile modello di spazio o di luogo in
cui potremmo incontrare una persona non vedente.
Premettiamo che per conoscere la realtà, il cervello deve compiere
tre operazioni:
1) Percepire mediante i sensi: udito, tatto,
olfatto e gusto.
Ognuno dà al cervello le sue specifiche informazioni riferite a qualsiasi
oggetto.
- Udito: suoni , rumori, stridori, strilli etc…
- Tatto: duro, morbido, caldo, freddo, liscio, ruvido, etc…
- Olfatto: odore, puzza, aromi, essenze, gas, esalazioni, etc…
- Gusto: dolce, salato, amaro, acido, cotto, crudo, etc…
Ho proposto questo elenco perché spesso ci dimentichiamo che il mondo
appartiene ai cinque sensi e non solo alla vista. Questo ci mette in condizione
di capire che un qualsiasi ambiente non ci si presenta solo come colore
del pavimento o delle pareti come contrasto tra luce ed ombra, come notte
e giorno o come nebbia e lucentezza. Esso ha tante altre qualità
o caratteristiche che sono ricavabili ed individuabili da ogni altro senso.
2) Rappresentarsi mentalmente l’immagine o l’informazione
raccolta dai sensi.
Una volta pervenute al cervello, le sensazioni
assumono una loro forma. La sensazione del caldo non verrà mai confusa
con la sensazione di duro. Il gelo non verrà scambiato per morbidezza.
Il ruvido non sarà sostituito dall’acidità. Le sensazioni
sono sicuramente associate tra loro ma non saranno mai sostituite da altre,
e ciò vale per tutti vedenti o non vedenti. La vista trasmette colori
e forme visive che il tatto non produrrà mai. I colori si vedono
ma non si annusano né si toccano. Chi non ha mai visto non sognerà
mai a colori e nemmeno in bianco e nero. Sognerà utilizzando tutte
le sensazioni che ha provato e le utilizzerà per rappresentarsi le
scene che sta sognando. Ecco perché diventa importante la terza indicazione
che viene chiamata “attività simbolica”.
3) Simbolizzare le immagini.
I simboli sono quei segni semplificati che
il cervello usa per ricordare e gestire la realtà. Ad esempio, molti
segnali stradali rendono bene l’idea di ciò che sto dicendo. Pensiamo
al segnale di curva, di incrocio, di attraversamento e così via.
Un validissimo aiuto simbolico ce lo danno le figure geometriche. Basta
ricordare l’espressione”tovaglia rettangolare, tavolo rotondo, sala quadrata,
etc…”. Questo procedimento simbolico appartiene ad ognuno di noi. Chi non
vede sceglie i simboli più semplici per potersi rappresentare la
realtà in maniera schematica. Ogni schema deve essere costituito
da almeno tre parti legate tra loro in modo tale da svolgere una specifica
funzione. Esempio: le ruote, il motore e la carrozzeria costituiscono una
automobile, un pullman o un aereo. Modificando o togliendo una di queste
parti modifichiamo una struttura specifica di quell’oggetto. Orientarsi
quindi vuol dire percepire, immaginare e simboleggiare le tre parti essenziali
di una qualsiasi realtà. E’ necessario tener presente che chi non
vede ha la necessità di mettere il proprio corpo al centro o al margine
di quella realtà strutturata che stiamo proponendo. Entrando in una
stanza richiameremo l’attenzione del non vedente sulla posizione in cui
si trova il suo corpo rispetto ad almeno due pareti della stanza stessa.
Individuate entrambe dal tocco della mano, si potrà calcolare la
loro ampiezza mediante il conteggio dei passi necessari alla loro percorrenza.
Verrà individuato il posizionamento della porta rispetto a quelle
due pareti avendo sempre il corpo del non vedente come punto di riferimento.
Stabiliti questi punti (corpo - pareti) (pareti – porta), ad ognuno di essi
si potranno aggiungere via via nuovi particolari sia degli oggetti che delle
sensazioni delle loro rispettive caratteristiche. Una parete può
essere liscia, coperta di carta o di stoffa, può presentarsi scrostata
o levigata, spessa o sottile, massiccia o tamburata, comunque sia, il non
vedente la esplorerà sempre con il tatto ma non percepirà
mai il suo colore. La voce di una persona che vede potrà riferire
il colore della parete che il non vedente associerà alle “sue” sensazioni.
Quel “colore” resterà comunque una informazione verbale ma non sarà
mai una “percezione sensoriale visiva”. Non dobbiamo affrettare la conoscenza
di un ambiente. Dobbiamo consentire a chi non vede di individuare gradualmente
nel tempo pochi elementi per volta in modo da arricchire le immagini di
base come se stessimo preparando un albero di Natale. Quando ci accorgiamo
che il non vedente è capace di esplorare autonomamente l’ambiente
e sa descriverci molti elementi che lo costituiscono, allora dobbiamo assicurarci
che le sue parole corrispondano alla sua padronanza fisica degli oggetti
e delle strutture. In questo modo evitiamo di trasformarlo in un individuo
ricco di parole ben pronunciate ma scarsamente vissute con esperienza diretta.
E’ necessario che chi non vede abbia punti di riferimento fissi e non modificati
nell’arco di poco tempo. Ciò crea difficoltà di rapporto con
la realtà che il non vedente non riesce a fissare nella mente in
modo coordinato, funzionale e proporzionato alla sua persona.
Articoli da:
"TIFLOLOGIA PER L'INTEGRAZIONE"
- N°2 2001 pag.12;
- N°3 2001 pag.13;
- N°3 2001 pag.25;
- N°1 2002 pag.37;
- N°3 2002 pag.2;
- N°4 2002 pagg.62-68.
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